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  CANTADORES A CHITERRA, UNA TRADIZIONE ANCORA VIVA.

CANTADORES A CHITERRA, UNA TRADIZIONE ANCORA VIVA.
Per gli appassionati e per chi desidera avere informazioni sul canto sardo a chitarra e sui sonadores de launeddas, ecco alcune pagine dedicate a queste due tradizioni folkloristiche sarde (vedi anche Parco e Museo del canto sardo a chitarra).

I cantadores a chiterra, secondo la tradizione sarda, sono nati nel contesto di serate conviviali fra amici e conoscenti, nelle bettole, nelle cantine, in campagna, fra spuntini e bicchierate di buon vino della nostra terra. Si trattava di manifestazioni estemporanee, durante le quali i Cantadores si esibivano in disfide canore aperte, alle quali potevano partecipare anche i presenti, soprattutto gli appassionati, cantando a “Boghe Rea”, oggi “Canto in Re”.
Tali canti, allora privi di accompagnamenti strumentali, si sono via via affinati e perfezionati nel tempo, sino a suscitare un interesse e un gradimento sempre più diffuso, specialmente in occasione di cerimonie importanti quali i matrimoni, dove i cantadores proponevano canzoni adatte all’occasione, augurali per gli sposi e per tutti i presenti.
Successivamente, alla voce dei “Cantadores” si è aggiunto l’accompagnamento dell’organetto, poi sostituito dalla chitarra.
Durante questo lungo processo evolutivo, durato circa 60 anni, troviamo i cantadores nelle sagre paesane, sempre impegnati nelle disfide canore fra i vari partecipanti; tali disfide venivano chiamate gare, prima con l’accompagnamento dell’organetto, poi sostituito dalla chitarra, e alla fine degli anni 50’ è iniziato l’utilizzo della fisarmonica in abbinamento alla chitarra.
Storicamente l’introduzione della chitarra, in uso in Sardegna, viene attribuita agli spagnoli ed è classificabile in tre periodi: quello degli antichi, la generazione di mezzo e la nuova generazione. Il principale segno distintivo della chitarra per i canti sardi è la misura, notevolmente più grande rispetto alla chitarra classica, e il bellissimo battipenna leggermente intagliato nel legno e decorato con motivi floreali intarsiati in finta madreperla.

La chitarra, nell’accompagnamento del canto sardo, deve sempre adeguarsi all’estensione e all’espressione vocale del Cantadore. Per questo motivo l’accordatura della chitarra varia, in prima luogo, a seconda del tipo di tonalità che il Cantadore richiede. Alle origini veniva eseguita sulla tonalità del Sol, una tonalità bassa considerata più adatta alle esigenze del tempo; si cantava, ovviamente, non a livello professionistico, nei matrimoni, nelle sagre paesane e nelle celebrazioni familiari.
Successivamente è stata usata la tonalità del La con utilizzo anche del La bemolle; questa tonalità è quella maggiormente usata per le serate in piazza. Per ottenere queste tonalità, il chitarrista, dopo aver preso il La o La Bemolle dall’accordatore, o direttamente dal suono della fisarmonica, accorderà la quarta corda (Re) allo stesso La, portandola così di una quinta sotto. Sulla stessa distanza accorderà quindi le rimanenti cinque corde.
A questo punto il chitarrista, eseguendo l’accordo di Re maggiore (che in realtà è La o La bemolle) dà al cantadore il tono base dal quale si apriranno e chiuderanno le armonie di quasi tutti i brani del repertorio.

Parlando delle corde, poi, si può dire che esse fanno parte di una scelta ben precisa del chitarrista, il quale ricerca quel suono a lui più congeniale avendo a disposizione numerose possibilità di accoppiamento tra sezioni, marche e così via. Tanto per fare un esempio, a beneficio di appassionati e conoscitori della chitarra, possiamo dire che T. Nuvoli usa una scalatura molto grossa così distribuita: 6(059) – 5(053) – 4(045) – 3(032) – 2(018) - 1(017). Con tale tipo di scalatura le corde rimangono più tese, tengono più a lungo l’accordatura e si ha un miglior tipo di suono.
Per la buona riuscita del canto a chitarra, inoltre, è necessario un ottimo affiatamento fra lo strumentista e il cantante, anche perché non possono fare affidamento, durante la manifestazione, su spartiti di musica o canzoni scritte; tutto è demandato alla bravura e alla memoria degli esecutori.
L’accompagnamento della chitarra sarda prevede due tipi di tecnica esecutiva:
- Ad arpeggio - A plettro.
1)La tecnica ad arpeggio è quella che in passato ha dato origine al repertorio, con grande prevalenza dell’uso del pollice, attraverso il quale l’esecutore seguiva all’unisono la linea melodica principale di ciò che il cantante proponeva, mentre le dita indice e medio facevano l’accompagnamento.
2)La tecnica a plettro (il plettro è conosciuto anche come pennina) è invece quella più attuale, attraverso la quale l’esecutore è diventato più virtuoso, non tanto nell’ accompagnamento della voce, quanto negli assòli che separano le voci una dall’altra.

Verso la fine degli anni 50, nel canto logudorese, che fino ad allora ebbe come unico strumento accompagnatore la chitarra, vi fu l’inserimento di un secondo strumento musicale: La fisarmonica.
Dopo le prime timide apparizioni, durante le quali aveva il solo compito di riempire in sottofondo le armonie e le pause dei cantanti, la fisarmonica iniziò ben presto ad attirare l’interesse degli appassionati, diventando col tempo parte integrante del complesso canoro e strumentale.
Sulla fisarmonica non abbiamo molto da dire in quanto si tratta di uno strumento classico che non ha varianti se non le eventuali decorazioni o intarsi sulla cassa che possono trovarsi fra i vari modelli.

REPERTORIO dei “Cantadores a Chiterra”, in tutte le sue varianti:

Canto in Re: E’ il canto più difficile da eseguire, non è molto orecchiabile; proprio per la difficoltà di esecuzione emerge tutta la bravura del “Cantadore”. (tempo di esecuzione 20’).
Sa Nuoresa: La nascita di questo canto sembra sia dovuto all’ascolto di una melodia sentita a Nuoro da parte di un grande “Cantadore” del tempo (si dice Luigino Cossu di Trinità D’Agultu), il quale al rientro lo ripropose al suo paese. Per le sue caratteristiche particolari, orecchiabile e dolce, venne adottato man mano da tutti i “Cantadores” nel loro repertorio. (tempo di esecuzione 20’).
Muttos: Questo tipo di canto è stato sempre a sfondo amoroso, usato soprattutto in occasione di serenate. Vi è una variante dei “Muttos”, detta “A dispreziu”, che viene cantata per rallegrare l’ambiente dove i vari “Cantadores” scherzano, non senza malizia, uno con l’altro. La forma poetica dei “Muttos” è diversa dagli altri canti in quanto la prima parte del componimento può non avere alcuna attinenza con la seconda parte del canto, che è quella più interessante. Fra la prima e la seconda parte del componimento è obbligatoria la rima. (tempo di esecuzione 25’)
Ballo Sardo: E’ consuetudine che negli intervalli fra le varie cantate si inseriscano delle esecuzioni di balli sardi. Questi cantos a ballu, con le note della fisarmonica, della chitarra e in alcuni paesi (Logudoro) anche con accompagnamento vocale da parte del cantadore, sono diversi a seconda delle zone della Sardegna e vengono privilegiati quelli caratteristici del posto in cui si svolge la serata, naturalmente vengono eseguiti anche quelli richiesti dal pubblico. (tempo di esecuzione 15/20’).
Galluresa: Questo canto è nato dalla partecipazione alle sagre di “Cantadores” provenienti dalla Gallura; considerata la dolcezza e orecchiabilità di tale canto tutti i “Cantadores” lo hanno adottato nel loro repertorio. (tempo di esec.ne 10’).
Filognana: Si tratta di un canto dal metodo armonioso simile alla Galluresa ma con diverso uso delle note musicali e chiusura vocale. (tempo di esecuzione 10’)
Canto in Re: Si inserisce una esecuzione ulteriore di Canto in Re. (tempo di esecuzione 15’)
Corsicana: E’ un canto di origine Corsicana, dolce, armonioso e malinconico. La nascita di tale canto in Sardegna è attribuibile a Ciccheddu Mannoni che lo eseguì per la prima volta a Sorso nel 1945, dopo averlo ascoltato in Corsica. (tempo di esecuzione 15’)
Trallalleru: Canto allegro e molto orecchiabile nato dalla fantasia dei vari “Cantadores”. (tempo di esecuzione 10’)
Tarantella Sardignola: Canto allegro e brioso, orecchiabile; nato dalla fantasia di Giuseppe Chelo e Tonino Canu durante un viaggio verso la Svizzera per partecipare ad una manifestazione con i sardi emigrati.
Canti classici: Si tratta di canti adattati alle varie note musicali. Sono chiamati canti classici per la loro difficoltà di esecuzione. Tale difficoltà è data dalle variazioni musicali interpretative dell’artista. (tempo di esecuzione 15’).

Mi e La
Fa diesis
Si bemolle

Inoltre, per la loro origine e specificità, oltre che per la diffusione, sono da ricordare anche i canti chiamati: ‘sa otieresa’ e ‘sa piaghesa’.
Disisperada: Può essere considerata la lirica del canto sardo. Viene cantata alla fine della serata. Solitamente è una canzone triste o d’invocazione, tratta un argomento ben definito, e non è di facile esecuzione per i “Cantadores”. (tempo di esecuzione 10’).
Dispedida: Canto che viene effettuato alla chiusura della serata. E’ un canto di saluto, l’ arrivederci al pubblico presente. (tempo di esecuzione 10’).

SONADORES DE LAUNEDDAS

Le Launeddas sono uno strumento tipicamente sardo risalente all’epoca nuragica; ad attestarne l’esistenza già in quell’epoca abbiamo il bronzetto itifallico di Ittiri (seconda metà del IX secolo a.C.), che ritrae un suonatore di strumento a fiato a tre canne. Tale bronzetto si trova esposto al Museo Archeologico di Cagliari.
Il suono delle Launeddas ha attraversato tutte le epoche della storia sarda, accompagnando i balli, i canti e le cerimonie religiose; per questo possiamo affermare che le Launeddas sono, più di qualunque altro, lo strumento che permette di tradurre e di comunicare con la musica i sentimenti e lo spirito del popolo sardo.
Le Launeddas sono interamente costruite in canna e i legamenti sono fatti con lo spago impeciato.
Due canne sono unite fra loro: “su Tumbu” (o basso) e “sa Mancosa”. Su Tumbu, che è anche la canna più lunga, dà la nota base, sa Mancosa fa da accompagnamento. Queste due canne insieme formano “sa Croba”.
La terza canna, che è la più corta, è staccata dalle altre due e viene chiamata “Mancosedda” o destrina, perché viene suonata tenendola con la mano destra. E’ quest’ultima canna a dare la melodia. Le tre canne insieme, oltre a formare lo strumento chiamato Launeddas, costituiscono anche “su cuntzertu”, proprio perché sono in armonia fra loro.
La parola è tuttavia generica, poiché comprende vari tipi di strumento che, pur essendo del tutto simili nella struttura di base (le tre canne), variano profondamente fra loro per due elementi:
1)diversa lunghezza delle canne;
2)differente distanza dei fori praticati nella Mancosa, Mancosedda e Tumbu.
3) Esistono, dunque, diversi tipi di Cuntzertus che si differenziano ulteriormente per la diversa tonalità. Quelli attualmente più usati dai suonatori di Launeddas sono:

Punt’e organu (Puntu ‘e organu)
Fiorassiu
Mediana
Mediana a Pipia
Fiuda
Ispinellu
Ispinellu a Pipia
Fiuda Bagadia
Zampogna
Frassetiu

I primi tre sono gli strumenti principali e danno origine agli altri sette che derivano infatti dall’incrocio delle canne che costituiscono “su Puntu ‘e Organu” , “su Fiorassiu” e “sa Mediana”. Oltre ai sette già menzionati, esistono altri strumenti derivati, caduti però in disuso. Fra essi abbiamo: “su Para”, “sa Mongia” e “su Moriscu”.
Se si vuole indicare con precisione uno strumento, è necessario quindi chiamarlo col proprio nome ed indicarne la relativa tonalità. Ad esempio: Fiorassiu in La, Puntu ‘e Organu in Fa, Fiorassiu in Do, Mediana in Re.
L’accordatura dello strumento è una fase abbastanza impegnativa: In primis vi provvede il costruttore stesso, in seguito sarà il suonatore a ripetere l’operazione. L’accordatura infatti va fatta più volte, poiché le Launeddas risentono della temperatura, dell’umidità ed anche dell’uso prolungato, specie se si tratta di uno strumento nuovo. L’accordatura va fatta modellando dei piccolissimi pezzetti di cera all’estremità superiore dello strumento dove è situata l’ancia o “cabitzinu”.
Le Launeddas devono emettere suoni continui, senza alcuna interruzione, dalla prima all’ultima nota. Per questo motivo vengono suonate con la tecnica del fiato continuo.
Esistono anche altri strumenti a fiato che come le Launeddas producono suoni ininterrotti, ad esempio: la cornamusa o la zampogna. Queste però sono corredate da un otre che permette di “conservare” l’aria necessaria. Nelle Launeddas non esiste l’otre, e quindi fungono da serbatoio d’aria esclusivamente i polmoni e la bocca del suonatore. Per questo le guance dei suonatori sono sempre tese e gonfie al massimo; infatti devono contenere quanta più aria possibile e, allo stesso tempo, spingerla nelle anse che si trovano nella cavità orale. Suonare le Launeddas è un’impresa molto impegnativa che richiede notevole dedizione e costanza, ma soprattutto amore per lo strumento, che per dare il meglio di sé deve essere trattato con estrema cura e suonato ripetutamente.
E’ evidente che per diventare bravi suonatori di Launeddas sono necessari, oltre a una notevole preparazione, anni e anni di esercizio quotidiano.
Il repertorio dei nostri suonatori di Launeddas comprende:
Balli campidanesi: Fiorassio, Punto d’organo, Mediana, Mediana Pipia, Fiudedda.
Accompagnamenti Religiosi: Processione, Accompagnamento Confraternite,
Goccius.
Ballu Cabillu: Ballu Tundu, s’Arrusciada, Passu Torrau.
Canti: Non poto reposare, Ave Maria, Nanneddu Meu, Iandimironnai, Trallallera, Latrellellara.

Note esplicative sugli esecutori, sui repertori e sugli strumenti tipicamente sardi a cura dell'Associazione folkloristica Cantadores a chiterra de deris, oe e sempre. Chi desidera mettersi in contatto con questa associazione può farlo rivolgendosi al presidente della stessa, signor Antonio Testoni, Via Dexart 9 07100 Sassari, tel. 079/398769


www.cantosardoachitarra.it
 
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